Il 27 aprile 2016 l’Istituto Luigi Sturzo ha dedicato a Vittorio Emanuele GIUNTELLA una giornata del suo ciclo “Viaggio nell’Italia repubblicana attraverso i testi e i documenti dell’Istituto Luigi Sturzo”.

Ne è scaturito il profilo a tutto tondo di un uomo straordinario, che visse la sua intera vita come una ininterrotta testimonianza della sua fede di cattolico, concretamente attuata in una perfetta fusione del suo impegno scientifico con l’attenzione per i diritti umani, in un armonico insieme perfettamente intuito ed illustrato dalla relazione di Anna Foa, che ha sottolineato come la sua originalità sia sfuggita a lungo alla comprensione di molti dei suoi allievi e dei più giovani colleghi.

A seguire Giovanna Grenga ha ricostruito le tappe della sua carriera di storico, dalla prima formazione nel Collegio Nazareno, alle due lauree conseguite alla Sapienza nel 1935 e nel 1949, fino alla libera docenza in storia del Risorgimento presso lo Studio romano nel 1955, e alla cattedra di storia moderna e contemporanea, dieci anni dopo, presso l’Istituto Maria SS. Assunta.

La relatrice ha ricordato dapprima alcuni dei risultati più significativi del suo impegno scientifico dedicato ad indagare le vicende della Roma giacobina, argomento della sua seconda tesi di laurea pubblicata nel 1953 poi approfondito con l’ancora utilissima Bibliografia della repubblica romana (1957) e con l’edizione in tre volumi degli Atti dei suoi tre Corpi consultivi (Senato, Tribunato, Consolato) usciti in luce fra il 1954 al 1993, e particolarmente illustrato con le due antologie Le dolci catene (1988) e La religione amica della democrazia (1990) dove sono raccolti i testi di matrice cattolica rispettivamente contrari o aperti alle nuove istanze democratiche. Il clima invece della Roma settecentesca venne puntualmente ricostruito da Giuntella nella Roma nel Settecento, inserito nel 1971 nella monumentale Storia di Roma curata dall’Istituto di Studi romani (di cui Egli era socio dal 1964, come lo era dell’Istituto storico del Risorgimento dal 1946, della Società romana di storia patria dal 1952, e dell’Arcadia, di cui fu pastore dal 1958 col nome assegnato due secoli prima al suo amatissimo L. A. Muratori).

Successivamente ha descritto ed approfondito, in particolare, l’impegno di Giuntella per mantenere viva la memoria della “resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace” praticata dai militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi per affermare, sempre e comunque, la sopravvivenza di imprescrittibili valori morali. Da quell’impegno derivò il “Centro Studi sulla Deportazione e l’Internamento”, fondato nel 1964 con Piero Caleffi e Primo Levi, con cui nel 1960 aveva allacciato un’amicizia durata 45 anni. Nei Quaderni del Centro, da Lui curati fino al 1995, pubblicò le sue indagini e le sue riflessioni più meditate e significative sul mondo concentrazionario, indagato col rigore dello storico e ricostruito con la passione del testimone.

Da questa matrice resistenziale in difesa dei diritti umani da salvaguardare ad ogni costo “per raccontare agli altri la minaccia terribile e inaudita” riassunta e rappresentata dalla realtà di Auschwitz, derivò in Lui l’interesse per la realtà e i problemi degli zingari, cui si accostò negli anni ’60 frequentando con la moglie, Maria Loreta, il campo del Quarticciolo. Da questo interesse scaturì la sua collaborazione alla fondazione del “Centro Studi Zingari” e poi all’”Opera Nomadi”; dal 1966 collaborò anche alla rivista del Centro, Lacio Drom (Il buon cammino) dove nel 1979 fece pubblicare la ricerca condotta da una sua allieva dell’Istituto Maria SS. Assunta sui testi legislativi degli antichi Stati italiani conservati presso la Biblioteca del Senato (La legislazione sugli zingari negli antichi Stati italiani prima della rivoluzione).

Giuntella riuscì infatti a coltivare tutti questi interessi parallelamente al suo lavoro presso la Biblioteca del Senato, in modo che i primi si integrassero col secondo, risultando alla fine fonte scambievole di arricchimento.

Anche del servizio svolto per più di trent’anni da Giuntella a palazzo Madama si è parlato nella riunione del 27 aprile; e di quel ricordo - ripescato nella memoria di una lunga frequentazione di lavoro da Maria Teresa Bonadonna, che forse ne resta l’ultima depositaria – se ne riporta il testo, per i più anziani che furono suoi amici, e forse anche di chi non lo conobbe, ma potrebbe nutrire qualche curiosità per un mondo che lo ebbe protagonista.

 

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Ricordare V.E. Giuntella prima come impiegato (a quel tempo esistevano a palazzo Madama soltanto commessi e impiegati, qualunque fosse la loro funzione) e poi come Direttore della Biblioteca (o meglio Bibliotecario, come lui preferiva definirsi) significa raccontare un Senato che non c’è più, scomparso per sempre alla fine del secolo scorso, e di cui il prof. Giuntella costituiva uno degli ultimi e più perfetti rappresentanti.

In Senato c’era entrato nel 1937, non in seguito a pubblico concorso ma per assunzione diretta, secondo un uso largamente praticato in quei tempi a palazzo Madama, dove in nome della continuità si preferiva immettere nei ranghi persone note, vuoi per ascendenze familiari vuoi per riconosciute doti professionali: il futuro prof. Giuntella era figlio di un vecchio impiegato dell’Ufficio postale, quel Clemente Giuntella che lavorò fra l’altro nella segreteria di Luigi Federzoni, Presidente del Senato fra il 1934 e il 1939, come ricorda Ettore Veo, che lo inserisce nel suo catalogo di poeti romaneschi per i suoi garbati apologhi di sapore trilussiano ora in gran parte perduti perché mai riuniti in volume, ma pubblicati sporadicamente sul  Rugantino e sulla Strenna dei romanisti. Anche suo figlio Vittorio Emanuele venne cooptato nel “Gruppo” sul cadere degli anni ’70, ma non comparve mai alle riunioni mensili del Caffè Greco perché si definiva “etrusco” (e non era vero, perché in realtà era romano di Campo Marzio), ma più probabilmente perché non gradiva certe frequentazioni troppo legate a un passato non condiviso, e anzi profondamente esecrato.

Giuntella figlio venne assegnato al Servizio Resoconti, dove a quel tempo lavoravano personaggi non oscuri, come Arnaldo Fratelli, e dove si continuò a parlare a lungo dello stile sempre molto libero e originale dei suoi resoconti, a meno che (e qui si vede già affiorare il fiuto dello storico di razza) non si trattasse degli interventi di Mussolini, redatti sempre con scrupolosa fedeltà per la loro natura di fonti. Di quella sua attività Lui stesso ricordava che ogni volta, entrando in Aula, Mussolini lo guardava, e lui rispondeva francamente allo sguardo in una specie di personalissima fastidiosa seppure innocua sfida, che non passò inosservata.

Dopo la guerra, e la prigionia, Giuntella trascorse al Servizio Resoconti la stagione della Costituente, approdando poi, nel 1948, in Biblioteca. Ma di certo ricordò sempre quel suo primo servizio con una punta di nostalgia, e all’Aula rimase sempre sentimentalmente legato, se, come mi ha racontato Lillo Bruccoleri (suo più tardo epigono), avrebbe voluto tornarvi per un ultimo resoconto, prima di lasciare il Senato.

La Biblioteca era allora un  hortus conclusus regolato da ritmi insindacabilmente stabiliti dall’onnipresente dott. Pierangeli che l’aveva resa un ambiente tanto particolare ed esclusivo da essere definita a palazzo Madama “la Repubblica del Senato”; in realtà, si doveva proprio e soltanto a quei ritmi se la Biblioteca era sempre in grado di rispondere alle esigenze dell’Aula e alle richieste dei singoli Senatori, e nello stesso tempo riusciva a mantenere aggiornato, ordinato e disponibile il proprio patrimonio librario.

A Giuntella venne affidato il compito, che conservò fino a quando assunse la Direzione, di mantenere aggiornate le collezioni delle pubblicazioni dovute al Senato dagli Enti che a qualunque titolo ricevessero una sovvenzione statale, in base a uno speciale articolo (mi pare l’art. 11) di una legge del 1939; compito impegnativo, che poteva diventare sgradevole, perché la maggior parte degli Enti cercavano di sottrarsi all’obbligo per lo più semplicemente ignorandolo, ma talvolta anche con un rifiuto deciso; e in questi casi, in verità non rari, Giuntella rinnovava i suoi tentativi con tenacia implacabile e riusciva spesso alla fine ad aver ragione degli uni e degli altri, eternamente protestando fra i peli della sua barba profetica di vecchio alpino contro la negligente sciatteria dei suoi sciagurati interlocutori.

In Biblioteca portò con sé anche quello che considerava un suo impegno prioritario: rendere testimonianza del dramma dei militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e internati in Germania, un dramma che aveva vissuto da protagonista e del quale cercava di diffondere la conoscenza e mantenere vivo il ricordo, ogni volta che se ne presentasse l’occasione. Il momento più propizio e opportuno si presentava soprattutto nelle riunioni mattutine per la scelta degli acquisti: in quella sede, agli inizi degli anni ’60 noi ultime leve abbiamo imparato sul campo a servirci correttamente delle tecniche del nostro mestiere di bibliotecari, ma abbiamo anche scoperto la vera, profonda natura del mondo concentrazionario, ancora sconosciuta a molti, che Giuntella ci guidò a conoscere ed approfondire, da maestro qual era, allacciandosi con ovvia naturalezza a un fatto di cronaca, a un volume, a un ricordo, ma sempre rigorosamente astenendosi dall’indulgere alla rievocazione delle proprie personali vicende.

Aveva portato in Biblioteca la testimonianza concreta di quel mondo, rappresentata da alcuni sopravvissuti, per i quali Egli costituiva un punto di riferimento: per esempio, grazie alla sua presentazione, comparve nella nostra sala di studio un funzionario della presidenza del Consiglio, suo antico compagno di prigionia, ed allora collaboratore dell’andreottiana Concretezza, per la quale veniva a fotografare (non esistevano ancora le fotocopie) gli articoli di alcuni giornali. Si trattò di un caso peraltro quasi unico, perché Giuntella si dimostrò sempre assai discreto nel consentire l’ingresso di estranei in Biblioteca: a mia memoria, oltre ad un suo ricercatore, che rapidamente scomparve, presentò soltanto la figlia M. Cristina, che preparava la sua tesi di laurea. Al IV piano, dove aveva il suo studio, comparivano anche i senatori Paride Piasenti e Piero Caleffi, rispettivamente Presidente del “Centro studi sulla Deportazione e l’Internamento”, e membro del “Comitato scientifico” dei suoi Quaderni, di cui Giuntella fu segretario fin dagli inizi a via della Stelletta, e dove non soltanto pubblicò alcuni dei suoi studi più belli per ricchezza di spunti e profondità di indagine ma coinvolse anche altri a collaborare, come Enrico Zampetti, altro reduce da quei campi, approdato anche lui in Biblioteca, e che poi Gli successe nella direzione.

Quando Giuntella divenne Direttore della Biblioteca, nessuno si accorse del cambiamento che in realtà non si verificò, perché Lui rimase quello che era sempre stato: soprattutto e comunque, un maestro, che governò l’Istituto senza mai imporre la propria autorità. Si limitava semplicemente a manifestare la sua presenza (o meglio, onnipresenza) cogliendo al volo le mancanze, gli errori, le distrazioni di ognuno di noi, cui non mancava di segnalarle in modo che ognuno potesse opportunamente correggerle. Conservo ancora un suo appunto firmato “er capo”, in cui mi ricordava di spegnere la luce quando mi allontanavo dal tavolo di lavoro, per non gravare colpevolmente sul bilancio del Senato.

Era questo il suo modo di governare la Biblioteca. Non cercò mai di attirare su di sé l’attenzione di alcuno mediante l’avvio di clamorose iniziative, ma si limitò a funzionare sempre, regolarmente, garantendo agli studiosi, senatori e non, una risposta sicura ed esauriente ad ogni loro problema, grazie all’impegno che ognuno di noi osservava coscienziosamente e puntualmente secondo il costante magistero giuntelliano...  Tutti i problemi grandi e piccoli li risolveva con questo metodo, che era in realtà la perenne manifestazione della sua profonda comprensione umana pronta sempre ad offrire ad ognuno di noi conforto, sostegno e consiglio per i nostri personali affanni e problemi, con la parola giusta pronunciata quando era più necessaria.

In questa dimensione, sotto questa luce, io continuo a ricordarlo, con immutato affetto e inalterato rimpianto.

Maria Teresa Bonadonna Russo